AZIENDA TESSILE ROMANA – Memorie di un titolare

La storia dell'Azienda Tessile Romana parte da lontano

Il secondo trasferimento

La sede di Via Ara Coeli era in affitto dal Partito Comunista Italiano, dal Bottegone! Ricordo come fosse ora la sera del 1974 mio zio Fausto, fratello di mamma e per anni braccio destro di papà, giungere trafelato a casa e comunicare a papà in poltrona di fronte all’immancabile telegiornale serale la terribile notizia che erano venuti dei dirigenti del Partito intimando di lasciare i locali entro un mese con la minaccia che, in caso contrario, avrebbero provveduto a renderci la vita impossibile con ripetute visite della Guardia di Finanza. Era sera, avevo nove anni, ignoravo chi fosse la finanza e cosa avrebbe potuto volere da mio padre, non c’erano i cellulari e mio zio doveva avere davvero sofferto molto per arrivare così ansioso da mio padre, quasi timoroso della possibile conseguenza di preoccupazione che avrebbe scaricato sul cognato. La risposta di mio padre, pressochè letterale, fu la seguente: “Fausto! Sono le otto di sera, ho finito di lavorare da un po’. Ora sto in famiglia. Delle questioni dell’azienda ne parleremo domani in orario di lavoro”. In breve, fummo ancora una volta costretti a cambiare sede: Il racconto dell’acquisto dell’attuale negozio di Piazza Argentina poteva raggiungere dei connotati particolarmente esilaranti nelle parole di mio padre, che non è nelle mie capacità saper riproporre, ma che comunque ritengo doveroso fare.

Papà si fidava delle persone in modo istintivo e ciò gli consentiva di chiudere affari che anni di preparazione sui libri e mesi di contrattazione difficilmente avrebbero reso possibili. La persona incaricata di vendere l’importante immobile da tempo girava per la zona ricevendo continue proposte al ribasso da parte di molti, probabilmente tra loro concordi. Quando incontrò mio padre, gli disse: “Se Lei viene con me a Milano domani e chiudiamo entro tre giorni, io le faccio fare l’affare più grande della sua vita, ma a una condizione: che dopo avere acquistato, lei venga a farsi una passeggiata sotto braccio con me davanti alle attività di tutti quei birboni (non dissse proprio così...) che mi hanno fatto dannare inutilmente tutto questo tempo!”. Mio padre andò e chiuse l’acquisto in tre giorni accollandosi un lunghissimo mutuo che anni fa personalmente finii di estinguere. Il PCI potè procedere al suo parcheggio: la mitica sede dell’Ara Coeli, i suoi anfratti, l’enormità degli spazi, i soffitti incredibilmente alti, i macchinari vetusti ancora esistono nei miei pensieri notturni; le immense quantità di stoffa presenti nella vecchia azienda furono trasportate con la massima celerità nella nuova sede, salvo spargere le quantità eccedenti in una serie di magazzini e garage di famiglia anche lontanissimi e rimediati nella zona, che solo recentemente sono riuscito infine a svuotare interamente; i banconi originali dell’azienda di Napoli di inizio ‘900 sono ancora con noi e ancora una volta in un nuovo civico n° 13. Particolare non secondario per un partenopeo e un’azienda nata a Napoli...

L'attuale sede in Via San Nicola dei Cesarini, con sei vetrine e due porte affacciantisi sull'area archeologica di Largo Argentina, più piccola, ma molto più prestigiosa della precedente,  ci “obbligò" a mutare la storica natura grossista dell'Azienda ed a servire anche i consumatori finali, in sintonia con i cambiamenti della città e le problematiche relative alla creazione della ZTL. Abbiamo così "vestito" tante persone per tanti avvenimenti lieti; abbiamo fornito le nostre stoffe per arredare le loro case adattandoci anche ai prodotti su misura necessari per lo sviluppo delle personalizzazioni negli arredi senza però abbandonare i negozi, le istituzioni e le società da anni clienti, ma anzi acquisendone sempre più. Nel 1976, in occasione del 30° anniversario dell'azienda abbiamo festeggiato insieme a tutti i collaboratori con un divertente week-end a Capri, nel più puro spirito aziendale di quel partenopeo di mio padre.
Tra i collaboratori storici di mio padre e quindi miei che non ci sono più, due in particolare hanno lasciato un segno nella memoria della clientela: Domenico e Rocco. Praticamente opposti nei modi, hanno simbolizzato l’azienda spesso più della nostra stessa famiglia. Rocco, da che mi ricordo, fa i pacchi. Da quando ne ho memoria, Rocco era tracagnotto, pressochè pelato con una lieve “chierica” di capelli bianchi e folte sopracciglie ben più scure. Piccolo di statura, calabrese, da prendere con le molle (una parola è poca, due certamente troppe) e sempre pronto a risentirsi anche a intonazioni dalla dubbiosa interpretazione, passava facilmente dal sorriso più espansivo al risentimento più cupo. Dimostrava più anni di quanti realmente avesse e ben nascondeva attenzione e furbizia dietro l’apparenza da anziano. Essendo da sempre deputato ai pacchi, la sua postazione si trova – ancora – vicino l’uscita nei pressi della cassa ed era persona di grande fiducia per me e papà che controllava con scrupolo la corrispondenza del venduto con quanto realmente consegnato e non solo. Ma, soprattutto, Rocco era un vero artista nella preparazione dei pacchi, attività nella quale applicava una professionale ironia, che accompagnava con massime d’altri tempi (“Con poco mangi, con niente crepi” alle signore che parevano scusarsi di avere comprato tagli molto piccoli... “Scegliete e capate, se capite… se non capite, non capate!” alle signore che si affollavano al banco degli scampoli…), e improbabili quanto indubitati racconti sulla sua preparazione giovanile alla clientela che si complimentava per i suoi pacchi: “Ho fatto quattro anni di corso di pacchi alla Rinascente” o “Ho fatto un corso di specializzazione in pacchi a Parigi”. Mi mancherà sempre e la sua sedia ed i suoi arnesi mi paiono sempre drammaticamente vuoti e mai più rimpiazzabili nella omologata qualità umana moderna.
Domenico meriterebbe un poema.  Aitante, distinto, dai modi garbati, sempre gentilmente disponibile alla ricerca dei migliori abbinamenti per le cerimonie quanto pronto a rendersi burbero nell’indecisione della cliente che la potesse portare a sbagliare scelta (secondo lui); un venditore d’altri tempi, fortemente coinvolto negli interessi dell’azienda quanto in quelli del cliente che doveva sempre tornare soddisfatto; il preferito delle mamme (anche la mia) e delle nonne, cui ricorrevano anche i mariti  per i tessuti più giusti e alla moda per i loro vestiti e le loro camicie. Era anche l’uomo di fiducia di mio padre per il reparto tessuti per abbigliamento e da lui dipendeva un po’ tutto: dalla scelta delle stoffe, i colori, gli ordini fino alla gestione dei colleghi e delle vendite e a tutte le informazioni necessarie al reparto: “Domè! che articolo è?”, “Domè, quanto costa?”, “Domè, de che è fatto?”. Una situazione di accentramento che trovai insostenibile al mio arrivo in azienda, al sorgere dell’Era dell’Informazione e a cui posi rimedio in lunghi anni di lotta, imponendo la catalogazione degli articoli tramite computer, ideando un programma che consentisse la classificazione e la quantificazione di merce pressochè impossibile da conteggiare quale è un immenso magazzino di rotoli contenenti stoffe dai più diversi pesi lineari, larghezze, origini, costi e composizioni, ma che non avrebbe potuto sopravvivere  ai tempi sulla memoria di un solo uomo. Al tempo Domenico ne soffrì, credo, salvo rendermi  onore negli ultimi anni sull’effettiva utilità dell’immenso lavoro fatto da persona anche intellettualmente corretta quale indubbiamente era. Il suo è stato il primo funerale cui ho voluto portare i miei tre figli ancora piccolini, che ancora lo ricordano con l’affetto e il dispiacere destinato a un parente particolarmente vicino.

 

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