AZIENDA TESSILE ROMANA – Memorie di un titolare

La storia dell'Azienda Tessile Romana parte da lontano

L’azienda come famiglia

La scomparsa di nonno Achille nel 1960 e di zio Tonino nel 1965, anno della mia nascita, portarono papà a continuare da solo l'avventura nel Tessile. I miei ricordi felici dell’azienda in quegli anni sono le memorie che solo un bambino spensierato, colmo di affetto e attenzioni esemplari nel periodo di maggior boom economico del paese può avere. La cosa più bella che mi potesse capitare era quella di non andare a scuola per andare a lavoro con papà: il parcheggiatore sorridente che attendeva l’auto del “Dottore” (così è sempre stato chiamato mio padre), le partite a battimuro con i rappresentanti, il negozio di burattini a noi confinante, l’affetto e le attenzioni delle signore della cassa sormontate da una grande cassaforte scura, i lunghi corridoi e i mille nascondigli immersi tra le stoffe, il mistero dei soppalchi vietatissimi e stracolmi di cose pertanto interessanti, i giri in piedi sui carrelli di legno predisposti per le pezze dei clienti, le partite a calcio con i commessi nell’immenso magazzino addetto al carico dei camion con la palla di carta e scotch intervallate dalle sgridate burbere e responsabili di mio zio Fausto, nella bonaria volontà di non vedere di mio padre. Nulla poteva farmi presagire ci fosse del lavoro dietro a quell’apparente parco dei divertimenti!

Gli impiegati di papà... che dire? Parenti acquisiti veri e propri che voglio ricordare con la visione, i nomi o cognomi del bambino che ero, a poco a poco che sono andati sparendo dall’azienda, pur essendo sempre vivi nella memoria di clienti e collaboratori. Per anzianità e gradi, anzitutto c’era Alfredo, un caso a parte. Uomo di fiducia in tutto e per tutto di mio nonno e poi di mio padre e di Anna Magnani, si occupava di mio padre dalla mattina alla sera alla fine degli anni ‘60. Ero ancora un infante in un’epoca contrassegnata di lussi lontanissimi e inconcepibili nei tempi odierni. Ancora oggi mi chiedo se sia solo un sogno: crescevo con un cameriere (Dante, mio grande compagno di giochi), una cuoca (Italia, che adoravo), una donna per le pulizie e un giardiniere dal nome incredibile (Santopadre): con la morte di Alfredo si chiude il sogno ed il ciclo della primissima infanzia. Era l’autista personale, uomo addetto ai versamenti, al controllo e gestione dei dipendenti, delle consegne, dei trasporti fino a condividere con noi le feste comandate quando sua moglie, Elena, era solita venire ad aiutare mamma e la servitù a preparare i grandi pranzi che riunivano tutta la famiglia paterna da Napoli a quella spoletina di mamma e stirare le grandi tovaglie necessarie per l’occasione.
Tra i fumi della memoria dei tempi antichissimi, primeggia Curti: un personaggio che nemmeno le future capacità di fiction avrebbero potuto in alcun modo raccontare e per me radicato nella memoria a quella storica sede di Botteghe Oscure. Alto, secco, totalmente privo di denti – nei miei ricordi – sempre intento a incollare miriadi di pezzetti di stoffa coloratissimi su pesanti libri di cartone con barattolo di vinavil e pennello perenni compagni di lavoro. Era addetto all’arredamento, ma lo trovavi sempre intento ai campionari, ricurvo sulla sedia di legno in uno striminzito ufficietto ricavato nell’angolo più sperduto del magazzino o nell’inaccessibile ufficio vetrato del soppalco stracolmo di altrettanto misteriosi – per me – macchinari. Era una persona che tentavo istintivamente di scansare: era vecchio, non sapeva giocare a calcio, non lo capivo quando parlava per via della sua “sdentatura” eppure... mi è rimasto grandemente impresso.  Punto di riferimento dolce dell’azienda che fu, era solito aggregare i colleghi tutti nell’associazione “Volemose bene”, dove raccoglieva settimanalmente i risparmi di tutti per renderli migliorati dagli interessi bancari al fine di passare insieme le vacanze estive. Ma a colpirmi era indubbiamente la sua capacità di trasformarsi nelle feste che papà organizzava periodicamente con tutti i dipendenti quando, al termine di interminabili pranzi e probabilmente grazie ad altrettanto interminabili bicchieri di vino, Curti si ergeva, con personalità e indubbia capacità, a fine dicitore di poesie romanesche che lui stesso creava nel tempo libero riguardo qualsiasi aspetto della vita sociale e aziendale dell’epoca. Ancora ne ricordo a memoria diverse; ma soprattutto una: quella del pranzo aziendale del 5 gennaio del ’74:

ER PRANZO DE LA TRADIZIONE

Ce risemo, cor fatto de la Tradizione,
Oggi puro stamo a pranzo cor Padrone
E nun ve faccia morta meravija
A pranzo co’ Lui e co’ tutta la famija!!

Ce stà puro da fà n’augurio bello
Ar caro, ar bravo, all’amico Sor Marcello
E a ‘sto brav’omo, un vero pacioccone,
Je lo famo cor core,  grosso, ‘n’augurone!

Lui sta co’ noi, come sta co’ l’amichi
Magna co’ noi prociutto, pizza e fichi
E con arte classica e  perfetta
Tira li nummeri de la Tommoletta

Poi ce stà er gioco che ce piace tanto
Ce famo ‘n’antro litro e n’antro canto
Se mette ‘n trono e co’ ‘na bona cera
Te giostra li pupazzi der Mercante ‘n fiera!

 

Un mito!

Curti era il più anziano dell’azienda; ma nel reparto arredamento il solo e unico capo incontrastato era Osvaldo. Parlare di Osvaldo è difficile; scriverne di più: le parole non renderebbero onore al personaggio. Chiedere a chi durante l’infanzia si occupava dello scambio ferroviario del paese durante la guerra di avere anche la capacità di essere simpatico con i bambini è davvero troppo. Ma nessuno negli anni a venire mi avrebbe insegnato quanto lui il senso di responsabilità, dell’ordine, del rispetto e dei vicendevoli doveri nei rapporti di lavoro. I suoi libroni contenenti le precise esistenze dei tessuti nel reparto e nei magazzini sono stati gli antesignani del moderno computer e dei Mac che fortemente ho voluto sin dai primi anni in azienda. Onorare e rispettare la fiducia che mio padre aveva riposto in lui era componente primaria del suo atteggiamento e la vendita per lui era un’esigenza di ordine fisico e mentale: se puntava una pezza di stoffa giacente da troppo tempo e decideva di finirla, non c’era scampo per lei. L’estrema serietà dell’atteggiamento complessivo lasciava improvvisamente il campo a momenti di profonda commozione nel rapporto diretto, di cui pareva imbarazzarsi, o ad attimi di riso che ne svelavano la profonda voglia di ingenuità. Gli sarò grato per sempre.
Diversi venditori setacciavano la Regione, allora avida di tessuti e biancheria: ricordo Ghiacci con i suoi vestiti estremamente pesanti anche in estate e le tasche sempre colme di pezzetti di stoffa da mostrare ai clienti; e Ferrigno, tipico esempio di venditore meridionale sempre pronto a piazzare qualcosa o qualcuno. Giuseppe era l’autista: del camion per le consegne, dell’auto di papà, di tutto ciò che c’era di guidabile. Abbiamo fatto tantissime consegne insieme nei suoi ultimi anni che sono stati i miei primi in azienda e non mi scorderò mai il suo odore (sudava molto), il disordine, le raccomandazioni quando iniziai a portarmi via il furgone per scorrerie domenicali con gli amici; nè gli innumerevoli chilometri che giornalmente compiva in treno per arrivare a lavorare nel centro di Roma: mi viene in mente spesso quando faccio colloqui di lavoro e il candidato si chiede inorridito se debba prendere mezzi per venire a lavorare in centro storico.

Carosi era il capo-reparto del reparto biancheria; signorile, professionale e gentile come solo gli uomini di un tempo sapevano essere; non lo ricordo mai senza vestito e cravatta o senza sorriso. Condivideva il reparto con l’amico del me bambino: Luigi Collacchi era sempre pronto ad una partita a pallone in magazzino e a giocare con me, quanto a canzonarci per le rispettive opposte fedi calcistiche. Non lo ricordo mai in cravatta, se non nelle giornate di apertura domenicale pre-natalizia... Né lo ricordo mai non disponibile a scherzare bonariamente e affettuosamente anche mentre si scaricava insieme un tir fuori dall’orario di lavoro, si risistemava un magazzino in disordine da anni o mentre si occupava di servire le signore che numerose venivano in azienda per i corredi matrimoniali. Più volte, a furia di scherzare, mi fece male nel tirarmi pesanti rotoli di stoffa con frequenza sempre più impossibile, ironizzando sulle mie capacità di raccogliere i “missili” alla velocità a cui lui me li spediva. Raccoglieva settimanalmente le quote per gli improbabili sistemi che i commessi giocavano insieme ogni settimana al Totocalcio; l’arrivo delle “quote”, le scommesse clandestine quanto diffusissime alla fine degli anni ’80 resero antiquato anche questo modo scherzoso e sognante di condividere insieme la sfida alla fortuna. Luigi mi insegnò a calciare di punta: fatto che risultò molto utile nella mia vita calcettistica, quanto dimostra inequivocabilmente che lui... fosse proprio della Roma!

 

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Le origini parenopee
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